lunedì 11 luglio 2011

Maurizio d’Este: il funambolo degli anni ottanta

di Daniele Torri di alé Livorno


C’era una foto, nel bar della tribuna quando ancora la gestione era targata Mario Bianchi, che dava luogo a facili equivoci. Doriano Porciani, in un bianco e nero primaverile immortalò uno dei gesti atletici più belli mai visti all’Ardenza: un giocatore amaranto (ben visibili gli stinchi nudi e il numero 9) proteso in semi-rovesciata a colpire di destro il pallone almeno una spanna sopra la testa del difensore più alto. I vecchi più appassionati ricordano quel gol, ma chi nel 1987 non era nato o era poco più di un bambino pensava subito a Igor quando era giovane. Non solo loro bisogna ammettere. Il Corriere di Livorno, che pubblicò quella foto per promuovere un dvd, su una didascalia attribuiva la rovesciata a Protti durante la coppa Italia 1986/87. Addirittura su un libro che ripercorre la nostra Storia come Amaranto Eterna Passione, sotto la stessa foto si raggiunge l’orgasmo: “splendida rovesciata di Igor Protti. La classe non è acqua”.

Che la classe non sia acqua è sacrosanto; lo sa bene Maurizio d’Este, il vero autore di quel capolavoro in acrobazia che permise agli amaranto di andare in vantaggio contro la Reggiana nel ritorno dei quarti di finale disputatosi giovedì 26 marzo 1987 e che ancora oggi lo ricorda come il più bello della sua carriera: “Protti non può essere l’autore di quel gol, semplicemente perché fu proprio lui a fornire il cross.” inizia così il ricordo di d’Este divenuto allenatore di successo nelle serie minori per i campi dell’Emilia Romagna, “Igor, che quel giorno indossava la maglia numero 11, se ne andò sull’out di destra ed operò un dribbling a rientrare prima di mettermi al centro questa palla che, data la posizione in cui mi trovavo, avrei potuto prendere solo ribaltandomi in quel modo. Quel giorno lo stadio non era pieno, ma l’esplosione di gioia quando il pallone si insaccò a fil di palo credo l’abbiano sentita fino a Quercianella”. Ricorda bene la frazione in fondo al Romito l’ex amaranto, perché è lì che andò ad risiedere quando Galassi lo portò a Livorno nell’estate del 1985 “Abitavo con Rocco deMarco, prima che lui ci lasciasse per andare a Foggia l’anno successivo. Così me lo trovai due volte da avversario e per due volte il Livorno vinse 1-0 grazie alle mie reti. Incredibili i tifosi che ci aspettarono in nottata all’aeroporto di Pisa per portarci in trionfo dopo la vittoria dello Zaccheria. Lottavamo per la salvezza, eppure bastava vincere due partite e allo stadio tornavano a sognare.” Facile sognare quando in campo, soprattutto in coppa Italia, il Livorno si concedeva giocatori di talento come d’Este, Protti e Marco Marocchi, allorché l’adolescente Allegri prendeva mentalmente appunti dalla squadra Primavera. “Di Acciuga, ricordo che non voleva correre nonostante lo rimproverassimo in continuazione, poi qualche gabbionata disputata nei bagni di fronte all’Hotel Palazzo”.
Maurizio d’Este, trequartista di quelli con la palla sempre incollata alla caviglia destra, qualche anno dopo divenne l’idolo di Palermo per aver segnato in amichevole una tripletta all’Ajax che schierava una marea di nazionali; a Livorno invece trascorse due stagioni (1985/86 e 1986/87) altalenanti come il suo rendimento che lo portava ad essere da abulico a decisivo. Il primo anno segnò 4 volte in campionato e 3 in coppa Italia non riuscendo tuttavia ad evitare una retrocessione scongiurata soltanto grazie ai ripescaggi. “Fogli era un bravo allenatore, ma i risultati non arrivavano. Con Onesti che lo avvicendò, la situazione non migliorò. Onesti era ossessionato dalla preparazione fisica e il suo vanto più grande era quello di aver massacrato in palestra il brasiliano Socrates quando era a Firenze.” La seconda stagione invece fu quella della consacrazione pur se cominciata a novembre dopo tre mesi fuori rosa. Gol al debutto contro la Reggina e il bis di due settimane dopo con l’1-0 ai danni del Monopoli. “Contro la Reggina segnai su punizione. Con Pippo Brandolini avevamo l’accordo per eseguire lo schema a seconda della posizione della palla. Nonostante il portiere avversario Rosin fece un gran volo da palo a palo non riuscì a impattare con la palla; contro il Monopoli invece ricordo benissimo il lancio dalla difesa a spiovere, mi lasciai scorrere la palla al fianco facendola rimbalzare e scaricai in corsa un destro al volo che risultò imprendibile.” Qui tornano alla memoria anche ricordi più goliardici come la corsa lungo la curva nord sotto la pioggia, prima di inginocchiarsi e sentire un signore attempato che gli urla una frase tipo: “Alzati di lì ché c’è l’erba alta. Non vorrai mica prendere un malanno?”.
Dopo il gol vittoria di Foggia, il Livorno procedette su due fronti riportando entusiasmo negli sportivi; il campionato si incanalò verso una salvezza tranquilla suggellata alla penultima giornata con il rasoterra del funambolo nato ad Anzio il 26 gennaio del 1963, che dopo aver bruciato in allungo una difesa troppo allineata, appoggiò in rete al decimo minuto. Sandro Lulli da IL TIRRENO applaudì commentando così: “Il suo senso tattico, il suo bel controllo in corsa sono da ricordare. Un giocatore dai grandi numeri che molti vorrebbero avere.”. La coppa Italia fu una corsa vertiginosa in cui d’Este con altre tre segnature contribuì alla vittoria finale regalando alla tifoseria amaranto ("gli unici tifosi, insieme a quelli del Palermo che porto veramente nel cuore") l’unica coccarda tricolore di una storia quasi centenaria. L’ultima immagine che abbiamo di lui all’Ardenza, lo ritrae in trionfo, coppa levata al cielo sopra una folla amaranto di entusiasmo.
Grazie di tutto Maurizio.


per tutte le foto ringraziamo Doriano Porciani

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